Siremar, amministrazione controllata?

alombardo10.jpgAl termine dell’Assemblea dei soci della Mediterranea Holding, la Presidenza della Regione siciliana ha emanato la seguente nota: “La Regione siciliana ha confermato il suo interesse al piano della Mediterranea Holding di Navigazione per l’acquisizione del gruppo Tirrenia, votando favorevolmente nell’Assemblea dei Soci la delibera di aumento di capitale sociale fino alla concorrenza di 25 milioni. In tale contesto l’Assemblea ha affrontato l’argomento inerente il rafforzamento della compagine societaria, valutando l’opportunita’ di ingresso di soci finanziari, che a breve puo’ determinarsi”.

“L’Assemblea, altresi’, ha ribadito – continua la nota – la ferma volonta’ di perseguire l’acquisizione del gruppo Tirrenia partendo dall’offerta formulata al Commissario Straordinario D’Andrea e prodotta fin dal 9 agosto ultimo scorso, e, pur apprezzando le positive dichiarazioni del Ministro Matteoli che ha affermato di non essere intendimento del Governo di procedere allo “Spezzatino” del gruppo Tirrenia, ha manifestato il proprio impegno nei confronti dei lavoratori che lottano per impedirlo e delle loro rivendicazioni per il mantenimento dei livelli occupazionali attuali e il loro aumento in relazione al piano di sviluppo dell’attivita’ aziendale gia’ programmato”.

“Infine, l’Assemblea ha espresso tutta la propria contrarieta’ – conclude la nota – all’ipotesi ventilata di porre anche Siremar in Amministrazione controllata, dichiarandone l’insolvenza, per le gravissime conseguenze che cio’ determinerebbe non solo in capo a tutti i diretti interessati e fra di essi per primi gli stessi lavoratori, ma anche il complesso dell’indotto, facendo proprie le indicazioni in tal senso della Regione siciliana che propugna un rilancio del gruppo nella sua interezza anche per dare un migliore e piu’ continuo servizio di collegamento con le Isole minori”.

Rassegna Stampa. Il “Corriere della Sera” e Alicudi

di Iacopo Gori

CORSERA.jpgAlessandro ha 18 anni. Arriva al porticciolo che il cielo comincia a schiarire. Sono le 5 e mezzo di mattina. È il più giovane pescatore di aragoste di Alicudi. È scalzo, come sempre. Come i veri arcudari, così si chiamano gli abitanti di questa montagna piantata in mezzo al mare. Saluta e accende una sigaretta. Ha gli occhi grandi e neri, la pelle scura per il sole e i capelli ricci rimodellati col gel. Se non fosse per quello, potrebbe sembrare uno dei compagni di Ulisse.

Il gozzo di legno blu e rosso (comprato in Calabria) di suo cugino Salvatore parte. Solo il rumore del motore diesel della barca interrompe il silenzio dell’alba. Bonaccia totale in mare. Due pescherecci più grandi sono legati al piccolo attracco dei traghetti. («Non sono di qui. Si riposano. Quelli se ne vanno lontano, a pesci spada»). L’aurora «dalle dita di rosa» (come dicevano Omero e Mimnermo) è sempre uno spettacolo potente sul mare delle Eolie. All’orizzonte si staglia il profilo roccioso di Filicudi, la più vicina delle altre sorelle di questo arcipelago davanti alla Sicilia da cui —come vuole la leggenda—Eolo dispensava i venti per tutti i naviganti. Oggi il dio dei venti ha lasciato spazio a migliaia di turisti che hanno scoperto il fascino di queste sette perle del mar Tirreno dichiarate nel 2000 patrimonio dell’Unesco. Ma la bellezza di Alicudi, la più remota e lontana, è diversa da quella delle altre isole: è una bellezza schiva, rara, selvaggia, difficile. Quest’isola sembra un sogno. Anzi, è un sogno. Qualcuno l’ha battezzata «l’isola che non c’è». Forse perché pare impossibile che esista un posto così. O forse perché non c’è niente e più ci trascorri del tempo e più ti accorgi che non ti manca niente di quello che non c’è. Niente strade, né auto, né motorini, neppure biciclette. Niente bancomat, né spiagge con ombrelloni, né insegne colorate e lampeggianti né discopub e neppure negozi per turisti. Solo silenzio interrotto dal rumore del vento. Solo mare, sole, profumi, pietre, agavi, fichi d’india, capperi, bouganville, tanta erica (da cui l’antico nome «Ericusa »), panorami mozzafiato, dove cielo e mare si confondono, e notti stellate senza fine.

D’inverno ci puoi trovare 70 persone al massimo, una trentina di barche da pesca colorate tirate in secco sui ciottoli del porticciolo che sembra aragostepescatori.jpguna cartolina del secolo scorso, i muli che fanno su e giù con i carichi per l’unica stradina-mulattiera di pietra lavica che dal porto sale alle case terrazzate, rade e disseminate lungo il pendio orientale (i numeri civici non servono, ci si orienta contando i gradini, fino a 1.000 e oltre). D’inverno ci puoi trovare anche una scuola elementare, un ufficio postale, un medico, due negozi di alimentari, una «boutique» (in realtà un minuscolo bazar dove si trova un po’ di tutto, anche—incredibile ma vero—giocattoli in plastica Made in Italy) e un aliscafo che arriva tutti i giorni. D’estate ci trovi qualche centinaio di persone in più, un bar e un albergo- ristorante aperti, tre aliscafi e un traghetto al giorno. Oltre ai soliti muli di Simone e Bartolino che però portano su anche le valigie dei turisti. Questo (e molto altro) è Alicudi: un viaggio nel tempo, una meraviglia rimasta intatta. Dove gli uomini e i giorni seguono ritmi antichi e dimenticati. «Da marzo a ottobre faccio il pescatore, mi piace questo lavoro. D’inverno, quando tiriamo le barche in secca, faccio il muratore: qui, sull’isola o, se non c’è lavoro, sul continente» dice Alessandro mentre la barca si ferma. Le reti sono calate a non più di 200 metri dalla costa. Il mare diventa subito profondo, non c’è bisogno di andare a largo. Alicudi è un vulcano spento di circa 5 chilometri quadrati, quasi perfettamente circolare, sorto nel Pleistocene in mezzo al mare a 50 miglia dalla Sicilia. Parte il verricello e le reti cominciano a salire. Il sole è già alto. Dopo due minuti un urlo di Salvatore e Alessandro blocca il verricello. Dentro la rete c’è un’aragosta, la prima della mattinata. Bisogna toglierla con cura dalla trappola, senza sciuparla. Una volta liberata la lausta finisce in un grande secchio con l’acqua e un panno bagnato sopra.

Il verricello riparte, dopo un po’ un altro urlo e un’altra aragosta. Comincia bene la giornata. Nelle reti calate vicino al porto alla fine della ritirata ce ne sono otto. «Ce le pagano 80 euro al chilo — dice Salvatore, 36 anni, tre figlie e una moglie, Immacolata, che quando può viene anche lei a tirare le reti col marito — noi le vendiamo qui sull’isola oppure a quelli di Lipari che se le vengono a prendere. A quanto le rivendono? Non lo so. So che a Lipari si trovano anche aragoste a 60 euro al chilo ma quelle vengono in aereo, non sono dei nostri mari». La seconda rete è davanti alla Bazzina, l’unica località pianeggiante dell’isola dove ci sono «le case di quelli con i soldi» e si arriva solo via mare. Un paio di aragoste e qualche pesce. A fine ritirata due grandi scorfani rossi. Alessandro e suo cugino Salvatore pescano sei giorni su sette. Tutte le mattine il ritrovo è all’alba, al porticciolo. «Se riusciamo a pulire le reti mentre le tiriamo su e non sono sciupate, andiamo a ricalare subito per essere liberi nel pomeriggio e riposare. Altrimenti dopo pranzo, torniamo in mare. Quanto guadagniamo? Dipende dal mare. Sono tre giorni che non si pesca — aggiunge Salvatore — non c’è più niente in questo mare. Dobbiamo trovare un altro lavoro». La rete adesso si è impigliata, il verricello rischia di strappare tutto. Bisogna fermarsi e procedere a mano. I due cugini si mettono in piedi con le gambe piantate e con le braccia cominciano a issare. Parlano in arcudaro stretto, imprecano. Fanno fatica, è caldo e il sudore imperla le loro braccia. A vederli ora sembrano due dei Malavoglia. La rete si sblocca e la ritirata riparte. Dopo un po’ si torna verso il porticciolo. C’è da sistemare le aragoste. «Oggi ci hanno salvato la giornata», dice Alessandro mentre salta a terra e corre a prendere lo junco, una grande nassa di giunco col coperchio, fatta a mano. Lì verranno messe le lauste. Una volta ben chiuso il contenitore viene ricalato in mare, zavorrato e segnalato con una boa o semplicemente una bottiglia. Quando ci sarà il compratore, allora si andrà a recuperare le aragoste vive.

«Il mio junco quest’anno l’ho messo a 100 metri di profondità, non lontano dal porto — dice Enzo, un altro giovane pescatore, la sera a casa di Lea che organizza cene di pesce per amici e turisti sulla sua grande terrazza, uno dei palchi reali da cui ammirare la notte di Alicudi —. Io so dov’è e lo controllo anche da casa, col binocolo. L’anno scorso l’avevo messo a una profondità più bassa ma l’hanno tirato su e hanno rubato tutte le aragoste che avevo dentro: sono venuti di notte con le bombole, non erano arcudari». Enzo ha 24 anni e una bambina di due. Non sembra un ragazzo della sua età ma un uomo fatto. Si è ristrutturato una casa colorata eoliana con i soldi della pesca: è orgoglioso del suo lavoro come delle pecore e galline e altri animali che tiene a casa dei nonni, su verso la «montagna» come si chiama la parte alta dell’isola (il monte Filo dell’Arpa arriva a 675 metri). «È montagna vera sai? Se inciampi nella nebbia lassù, che arriva all’improvviso anche d’estate, non vedi a un metro. Un altro mondo». Enzo parla lentamente, conosce i segreti del mare: «Se vuoi mangiare l’aragosta la devi prendere dal junco quando la luna è crescente perché se la prendi quando è calante la lausta è solo corazza e poca polpa». Ognuno sull’isola fa una pesca specifica. Ci sono quelli che usano solo le reti, quelli che pescano col consu (il palamito), quelli con le nasse per prendere i gamberi, quelli che vanno di notte a totani con la luce. «Non è facile vivere qui anche se è bellissimo —dice Federica, 21 anni, padre pescatore arcudaro in giro per il Mediterraneo — ma io nei mesi d’inverno, quando mi trasferisco a Milazzo, in Sicilia, non vedo l’ora di tornarci». «Qui siamo nati e tutti figli di pescatori siamo— dice Matteo, 22 anni, quasi sottovoce—Siamo pescatori anche noi, questo sappiamo fare. Anche se per vivere a volte siamo costretti a fare altri lavori».

Milazzo, il difensore civico sollecita l’Anas per lo svincolo sempre pericoloso

frizzopiccola.jpgdi Francesco Rizzo*

Formulo la presente in qualità di Difensore Civico della Comunità Eoliana, nello svolgimento della funzione attribuitemi  dalla Statuto del Comune di Lipari che all’art. 60 dispone:  “Il difensore civico agisce di propria iniziativa o su proposta di cittadini singoli o associati. A richiesta di chiunque vi abbia diretto interesse, il difensore civico interviene presso l’amministrazione comunale, presso gli enti e le aziende da essa dipendenti e presso gli enti delegatori di funzioni amministrative, per assicurare che il procedimento amministrativo abbia regolare corso e che gli atti amministrativi siano tempestivamente emanati.” Poiché la tematica della sicurezza stradale e nello specifico della pericolosità del tratto in oggetto è di particolare interesse per la cittadinanza eoliana e non, che attraversa soventemente l’incrocio in parola, e considerate le numerose segnalazioni giunte  per le vie brevi , anche da comitati civici che operano in Milazzo, Si chiede di voler riferire allo scrivente in merito alla realizzazione dalla messa in sicurezza dell’incrocio de quo, invitando anche a porre in essere provvedimenti temporanei quali,ad esempio, la costruzione di una rotonda con barriere new-jersei , volte a tutelare la sicurezza e l’incolumità degli automobilisti Si  chiede Di conoscere lo stato del procedimento di appalto da 12 milioni di Euro previsto nella zona  ed il nominativo del Responsabile del Procedimento.

Con la presente,  inoltre si comunica che il Difensore Civico del Comune, in data  31 agosto 2010 ha riscontrate le seguenti istanze: Istanza Cons. Megna su negato accesso atti. Istanza ad Anas in merito alla rotonda sita all’incrocio ss.113-.casello autostradale di Milazzo , su sollecito per le vie brevi di alcuni cittadini,anche milazzesi, intervento promosso “iniziativa propria” Si rappresenta infine che il ricevimento secondo calendario è sospeso sino al 15 settembre per esigenze familiari. Al fine di concordare eventuali appuntamenti urgenti  esaudendo alcune richieste  pervenute  in tale senso, fornisco, per l’opportuna  diffusione ed al fine di migliorare il servizio reso, i recapiti di riferimento: Ufficio “ Attività  del Consiglio comunale  e della Segreteria generale “,090-9887257- fax 090-9887910 , (Sig.ra Maria Famularo ); 392-4697535 (utenza telefonica privata Avv. Francesco Rizzo).

 *Difensore Civico Comune di Lipari

Lipari, soffia Eolo e Armani con il suo “Main” non si muove dall’isola…

armaniEOLIE.JPGLipari – Soffia Eolo. Sulle sette isole le folate di vento provengono da nord-ovest forza 7 con il mare che ha amain11.JPGraggiunto 4-5 e anche Giorgio Armani con il suo yacht ha preferito rimanere ben ormeggiato al pontile galleggiante di Marina Lunga. Per lo stilista – quindi – niente uscita in mare. Ma sosta nell’isola. Con il “Main”, verde-militare”, di ben 65 metri, “disegnato” proprio dallo stilista, Armani alle Eolie è giunto sabato scorso. Per la sosta nell’Arcipelago ha preferito Lipari e poi giornalmente ha sempre fatto i giri delle isole: Panarea, Stromboli, cave di pomice, faraglioni, Basiluzzo, la Grotta del Cavallo ecc. Il maltempo – preannunciato  – lo ha consigliato a rimanere in porto. Nella amain2.JPGabarca76.JPGrada di Lipari, ben tranquilla, quando il vento soffia da nord-ovest, vi sono altri yacht e anche una nave da crociera. Regolari i collegamenti da e per Milazzo. Qualche corsa è saltata per le isole minori. Le condizioni del mare miglioreranno domani e Armani con il suo “Main” lascerà le Eolie.