« Eolie&Turismo | Homepage | Da Palermo in linea Ludovico Licciardello »

venerdì, 13 novembre 2009

Da Cagliari in linea Felice D'Ambra

fdambra.jpgdi Felice D’Ambra

La morte è come una Faida, la Faida non ha termine, è infinita, non si spezza mai. I morti dell’Abruzzo come quelli di Messina e quelli di Ischia, degli uccisi nei pronti soccorsi, negli ospedali, nelle  carceri, in casa, per strada, fuori del bar e tanti altri, non fanno parte della Faida, ma è come se lo fossero, perché la natura si ribella contro chi la tratta male. Il male , contro il male, la distruzione del territorio come il male. La terra è come la madre, vuole per i suoi figli un destino glorioso, non li vuole necessariamente filosofi, scienziati e neppure  medici o ingegneri. Le basta che siano uomini, che crescano sani e forti, che si sposino e abbiano una famiglia e  dei figli. Una madre fa tutto per i suoi figli. Insegna loro le preghiere ( o almeno una volta   si usava ), e le buone usanze, si affida a Dio all'alba e al tramonto.Quarant’ anni  fa la Barbagia sembrava ancora nel Medioevo, le donne lavavano i panni al fiume, spaccandosi le mani negli Inverni gelidi . Facevano il pane, zappavano la terra, ungevano il formaggio   con grasso e olio d'oliva, facevano la pasta e i ravioli, le salsicce e i salumi, raccoglievano le olive e coltivavano gli orti. Oggi questa donna, questa madre  che conserva ancora intatti i segni della giovanile bellezza, indossa le vesti nere, omaggio ai troppi lutti subiti negli ultimi. Ora questa madre, sta da sola, con la figlia, in quella casa troppo grande, a piangere i morti e temere per i vivi. Parlare di vendetta in Barbagia è difficile, perché è difficile comprendere il dramma ancestrale di un popolo che non riesce a scordare i suoi miti, nel bene come nel male. E’ difficile capire quale sia il significato profondo di “ senso di giustizia”,  in Sardegna è come il tradimento, il non rispetto della parola data, la crisi del principio di lealtà possano diventare un reato talmente grande da meritare come pena, la morte. Chi non è nato in Barbagia , non può concepire il modo di vivere di questa gente o capire il significato dei “balentes”, ma chi, come me, in Barbagia è arrivato negli anni settanta e che per anni ha vissuto in mezzo a questa gente, semplice ma orgogliosa, sa cosa voglia dire acagliari4.JPGsenso di giustizia, perché in Barbagia, allora, si veniva allevati nel profumo della morte. E’ difficile la distinzione fra dolo e colpa, l’uomo se è uomo, non può sbagliare, e non può commettere errori perché una leggerezza può comportare grave danno per il prossimo. In Barbagia, raramente si verificano delitti d’onore perché la gelosia  non è considerata un sentimento talmente forte da implicare l’omicidio, diverso dalla faida. Quando una coppia non va più d’accordo ha due possibilità: i coniugi si sopportano a vicenda , nonostante tutto, oppure si separano. Spesso in Barbagia, come in Sicilia, nel meridione e  altrove, l’invidia diventa ”uno specchio che continuamente ricorda la propria diversità e inferiorità”. Ciò che succedeva a Orgosolo e in altri paesi della Barbagia era qualcosa di orribile, pensate cosa voglia dire per una famiglia onesta vedersi piombare   in casa i carabinieri, ad ogni ora del giorno e della notte. Pensate a cosa voglia dire vedersi portar via  il figlio, il fratello, il marito in manette, condotto nel corso del paese con i ferri da campagna e poi trasportato a Nuoro, come un ladrone da strada. Ed ecco nascere ad Orgosolo dagli anni settanta, i famosi “Murales” Una madre non sa, non vede, non capisce che suo figlio può aver commesso qualche sbaglio. Vede solo i torti che ha subito, non quelli che ha provocato. La madre rattrappita dal peso degli anni e dall’angoscia del dolore, è una madre silenziosa, dallo sguardo intenso , una madre che intuiva che il figlio non era sereno. La ”disamistade”, la si sente fuori per le strade, tutto il paese sussurra nelle case che qualcosa stava per succedere e lei intuiva ciò che non è intuibile, comprendeva i bisbigli, anche se nessuno osava parlarne con la madre, che quel figlio sarebbe stato il prossimo. Ma una sera attende invano l’arrivo di quel figlio. Le riportano il corpo l’indomani, su un carro. Il cadavere è ricoperto di frasche e in segno di pietà cristiana gli uomini che l’accompagnano tengono la berritta fra le mani. La madre dell’ucciso ha gli occhi belli, che però sono ormai chiusi da un pianto senza lacrime, è finita la magia, la speranza, la gioia fiera della maternità. Il mondo è finito, e lei dissolve nel tempo che passa immemorabile. La voce del tempo si fa strada nei varchi del silenzio, dove niente vale, dove nulla è vero. La madre che inesorabilmente sogna con la fantasia del suo viaggio all’inferno, l’inferno della madre, non quello del figlio, che assiste alla costruzione di una tragedia senza poter fare niente per opporsi , rodendosi dentro, distruggendo il proprio animo, mentre attorno a se, la vita viene stravolta. Quel filo che ha sempre unito la madre al figlio , vittima innocente  di tanto dolore, che ha cantato la sua rabbia sorda. C’è un filo conduttore comune che unisce gli artisti sardi alla madre, sia essa raffigurata da una donna o dalla terra, o forse dalla memoria. Poche ore prima di morire, Costantino Nivola – il grande scultore di Orani che operò a New York per mezzo secolo – uscì presto dalla sua casa di Long Island e si recò nel negozio dell’ISOLA (L’Ente regionale sardo per l’artigianato) della Grande Mela, chiese alla commessa il tappeto da morto di Sarule – su tapizz ‘e mortu – lo svolse e vi si sdraiò sopra. Dormì per più di un’ora, poi lo riavvolse e tornò a casa. Alla moglie Ruth raccontò il fatto: quel   giorno si sentiva strano e aveva sentito il bisogno di dormire sul tappeto sopra il quale nella sua terra componevano i morti. Poi si sedette sul divano e morì serenamente dopo qualche minuto. Era tornato in Sardegna, almeno col cuore. Era tornato da sua madre. Una madre, la Sardegna, che aveva raffigurato più volte, nelle tante statue panciute di pietra o di gesso o di bronzo. La grande madre mediterranea , la madre dei sogni e degli incubi. Rivivere i momenti di passione più intensi del funerale in Barbagia, quando il tragico dolore maschile, si separa da quello femminile. Solo le donne stanno attorno al cadavere, le “attitadore” le donne della tradizione religiosa, che cantano momenti della vita del morto ( questo avveniva anche in Sicilia tanti anni fa, con un nome diverso ), mentre gli uomini incapaci di assistere alla nascita e alla morte delle creature umane stanno rinchiusi in un’altra stanza a ricevere le condoglianze di rito, come se quel corpo morto ormai non appartenesse più a loro. Quando nella Sardegna interna ammazzano qualcuno, alle donne incombe il dovere del dolore, agli uomini il diritto della vendetta. Le prime piangono, i secondi scacciano le lacrime.  I canti di morte   non sono solo di dolore, ma anche di  rabbia, di vendetta. E, contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, al centro dell’universo non c’è il figlio di Dio assassinato ma il dolore, il dolore di sua madre. Che non è la madre del Cristo ma semplicemente una madre, una delle tante madri scarnificate da un dolore atroce. Gli occhi della madre erano socchiusi, ma vitrei, la pupilla era salita in su, scomparsa, il rosario le cadde di mano, diventò pallida, fredda di un sudore mortale. Le ginocchia le tremavano, si accasciò sedendosi a terra contro la parete, come se avesse timore che crollasse, con la testa piegata sul petto. Il viso era fermo e duro, gli occhi socchiusi, i denti ancora stretti nello sforzo di non gridare. La Madre era morta   di crepa cuore, della stessa pena, dello stesso terrore, per aver voluto salvare il figlio, questo figlio, che lei ha tanto  amato più della sua vita. Dietro ogni sciagura c’è un responsabile. Ma dietro la morte c’è la responsabilità collettiva del mondo intero. Ciascuno è responsabile di se stesso, ma anche di chi gli sta attorno. E davanti al dramma collettivo si annullano passioni e furori, ambizioni e gelosie, cupidigia e follia. Gioia e salvezza sono aleatori, lontani, difficili, non di questo mondo ma di quell’altro, quello che per convenzione sta sui cieli di ogni possibile immaginazione. La Madre terra, la Madre pietra di Pinuccio Sciola,   lo scultore di San Sperate in provincia di Cagliari, è il punto centrale di alcune sue opere, che cava l’essenza dalle rocce, un’essenza che è in realtà un progetto di filiazione, uno spirito vivo che sorprende e innamora. Sciola prende la pietra nuda, granito o calcare che sia, ed entra con lo scalpello dentro la sua anima, aprendogli un varco, come fa una levatrice quando deve far uscire alla luce un neonato. Riempie di pietre il suo giardino e di tanti altri, li popola di olivi, peschi, fichi d’india, fave, mirto e gramigna, così moltiplica il numero delle madri nelle quali un uomo può riconoscersi .

Articolo pubblicato alle ore 20:12 Scritto da: leonedilipari in Auguri | Link permanente | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

 

EOLIAN HOLIDAYS
Internet Tour Service Agency
----------- sede ------------
via Maddalena, 8 - 98055 Lipari
tel. +39 090 98 80 456
www.isole-eolie.com - www.isoleolie.it - www.eolianholidays.com - www.hotelsbookingonline.com - www.isoleolie.eu
www.eolieolipari.com - www.eolieolipari.it - www.lipariyachtclub.com - www.eolieonline.info - www.portaledelleeolie.com