LA NOSTRA STORIA. Lipari&alluvione. L’ultima risale al 9 giugno 1853 come dal manoscritto Mancuso

alluvionevecchias.JPGLipari – L’ultima violenta alluvione nella “capitale” delle Eolie risale al 9 giugno BCANNISTRA1.JPGdel 1853 come sancito nel manoscritto Mancuso di cui siamo in possesso grazie alla gentile concessione del professore Bartolino Cannistrà, storico eoliano.

alluvionevecchia22.JPGRiportiamo testualmente: “Qui 9 giugno accadde in Lipari una grande alluvione. Il fiume della Valle sormontando il muro alluvionevecchia11.JPGerettovi per impedire il passaggio nel villaggio dell’isola detta “La Sena”, con grave danno di fabbriche nella Marina di San Nicolò”. 

Lipari, un pò della nostra storia

La Distruzione della Città di Lipari ad opera di
Ariadeno Barbarossa

Nel 1519 Carlo V ingrandiva il suo dominio ottenendo la corona imperiale di Germania contesagli da Francesco I, re di Francia. Fra questi due regnanti a più riprese furono combattute aspre battaglie che trasformarono l’Europa intera in un teatro di lotte. Dopo più di venti anni di lotte, Francesco I, per disfarsi dell’avversario e soddisfare la sua feroce passione di vendetta e di ambizione, stimandosi inferiore di forza, dimentico di essere cristiano, strinse alleanza con Solimano il Grande, re dei Turchi, il quale ben comprese che era il momento propizio di approfittare della discordia dei due re cristiani per espandere, mercé l’opera dei pirati che avevano le loro sedi lungo le coste dell’Africa, la sua potenza e trarre dall’azione di essi lauto bottino.

Una flotta di 150 triremi, alla quale fu posto a capo Ariadeno (Khair ad-dín), re dei pirati, conosciuto volgarmente sotto il nome di Barbarossa per la sua barba folta e rossiccia, e che già aveva a Tunisi lasciato triste ricordo della sua persona durante il tempo che ne era stato il dominatore, fu pertanto spedita nel 1543 da Solimano in aiuto del re dei Francesi. Dopo avere costeggiato l’Italia, arrecando considerevoli danni in alcune località marittime giunse in Francia, dove per circa un anno si trattenne nei pressi di Marsiglia; dopo di che il re Francesco I, ravvedutosi della scandalosa lega con quegli infedeli, che gli aveva fruttato soltanto immense spese e l’odio dei popoli cristiani, rimandò

Barbarossa in Oriente, consegnandogli molti doni. Spinto dalla sua indole, il re dei pirati pensò di compiere, anche durante il viaggio di ritorno, azioni di forza onde trarre da esse il maggiore bottino possibile. Le intenzioni del corsaro furono note prima ancora che egli intraprendesse il ritorno e molto si temette per la città di Lipari, sita sul percorso che l’armata navale turca doveva fare per tornarsene in patria. Il viceré di Napoli, don Pietro di Toledo, alla fine del mese di maggio 1544, inviò a tal proposito ai Liparesi un naviglio per avvertirli della minaccia che gravava sulla loro città. Posti sull’avviso, i Liparesi, per nulla sbigottiti dalla forza del nemico, si diedero con animo e fervore a preparare la difesa della loro città.

Da Messina provvidero a ritirare, con denaro raccolto fra loro stessi, copiose armi e munizioni. Era antica consuetudine che in caso di pericolo le città vicine si aiutassero fra loro con l’inviare soccorsi di uomini ben armati, provvedendoli di viveri di tre giorni in tre giorni, e col dare inoltre temporaneamente qualche pezzo di artiglieria, per cui anche la città di Patti, come si rileva da un documento del secolo XVI che si conserva nell’Archivio Municipale di quella città, prestò in quell’occasione artiglieria a Lipari.

Fu vagliata dai Liparesi la opportunità di inviare in Sicilia tutte le donne, i bimbi e gli inadatti alle armi per toglierli dal pericolo e nel contempo alleggerire il peso del vettovagliamento necessario per affrontare un lungo assedio; prevalse però l’opinione di coloro che stimavano che nessuno dovesse allontanarsi dall’isola in modo che gli uomini di Lipari, avendo l’impegno di difendere con il suolo della patria, anche la propria famiglia, avrebbero così combattuto con maggiore accanimento e con maggior fede.

Anche la tesi avanzata da alcuni di fare venire da Messina una forte guarnigione di soldati spagnoli per accrescere il numero dei difensori, non ebbe felice esito, fidando che le sole forze dell’isola sarebbero state sufficienti alla difesa della città. Né migliore fortuna ebbe la richiesta fatta al Viceré di Napoli di avere una guarnigione in aiuto; Pietro di Toledo infatti richiese agli abitanti di Lipari di sopportare le spese dell’invio della guarnigione; condizione che non fu dai Liparesi accettata, importando essa un’ingente spesa e non

essendo quei cittadini in grado di sostenerla.
Lipari si apprestò cosi a subire l’assalto dell’imponente forza di Ariadeno Barbarossa.  Giunse nel frattempo da Napoli una fregata inviata ai Liparesi dal viceré Pietro Toledo, carica di munizioni da guerra, la quale recò pure l’avviso che non sarebbe passato molto tempo dal sopraggiungere di Barbarossa. Costui infatti, partito da Tolone per Costantinopoli, si diede prima a saccheggiare

la riviera di Napoli ed indi espugnò l’isola di Ischia. Non contento di queste devastazioni, egli mosse quindi contro Lipari per espugnarla; ciò alla fine del giugno 1544. Il Maurolico, storico di quel tempo, scrive che la flotta turca al 30 giugno era arrivata fino a Policastro e che l’indomani, dalle più alte cime del Peloro, fu vista avvicinarsi alle isole Eolie e che il numero delle navi ascendeva a 144. I Liparesi, che conoscevano per fama la crudeltà del Barbarossa, appena seppero dell’avvicinarsi del terribile pirata, confidando nel sito della città, forte per natura, si ritirarono tutti, per come era stato prestabilito, entro il Castéllo, fiduciosi di potere sostenere un lungo assedio.

Questo Castello, entro il quale era costruita la città propriamente detta, sorge sopra una rupe scoscesa bagnata da più parti dal mare, il che rendeva difficile espugnarlo, ed esso era inoltre fornito di un’ottima fortezza. Su questa rupe era possibile accedere semplicemente da una strada, che poteva essere guardata da poche persone ed il cui ingresso era recinto da muraglie e da bastioni. Ai piedi di questa rupe si trovava un borgo abitato che, al primo sentore dell’avvicinarsi del famoso corsaro, fu abbandonato dagli abitanti i quali corsero a rinchiudersi entro il Castello.

Barbarossa, giunto a Lipari, entrato risolutamente nel porto e posto l’assedio al Castello, senza porre tempo in mezzo, inviò una ambasceria per chiedere la resa della città. Essendosi però gli abitanti mostrati risoluti a combattere anziché ad arrendersi, Barbarossa provvide a fare sbarcare i suoi uomini sulla spiaggia dell’insenatura detta Portinenti. Gia un forte nucleo aveva posto piede a terra e vari cannoni erano stati sbarcati, quando l’artiglieria liparese cominciò il suo fuoco, arrecando ai nemici gravi

danni, per cui le navi degli assalitori furono costrette ad allontanarsi dalla detta spiaggia ed a porsi al riparo dietro la punta denominata Capistello. Con bene aggiustati colpi, i Liparesi riuscirono, prima ancora che le navi di Barbarossa potessero mettersi al sicuro, ad affondare due galee nemiche. L’audacia dei Liparesi non disarmò gli assalitori, i quali attesero il favore della notte per potere ritentare l’impresa ed indisturbati procedere allo sbarco di altre truppe e di altri cannoni, che furono collocati presso la vecchia chiesa di S. Bartolomeo, alla quale era congiunto il convento dei francescani.

In questa località, che restava alquanto rialzata nei confronti del vicino terreno, fu, oltre l’artiglieria, sistemato pure l’accampamento per le truppe sbarcate. Solo le luci del giorno resero edotti i Liparesi di quanto nella notte era stato operato dai nemici. Un duello feroce, incessante, ebbe cosi inizio fra le artiglierie dei due contendenti. Giorno e notte, senza tregua alcuna, la città di Lipari venne battuta dai cannoni di Barbarossa che, con colpi bene aggiustati, mandavano in rovina le muraglie del Castello, arrecando fra le file dei difensori gravi perdite.

Solo per poco gli assediati poterono controbattere i nemici con efficaci colpi, perché al terzo giorno la loro artiglieria fu resa inservibile, ma non per questo l’animo dei Liparesi venne meno. Mentre essi si difendevano coraggiosamente, il corsaro spedì trenta galee a Patti per provvedersi di acqua; impediti nel potersela procacciare, per i continui assalti dati dalla cavalleria siciliana, i Turchi saccheggiarono per vendetta la città di Patti, asportando un ricco bottino e bruciando circa centocinquanta case.

I Liparesi, considerato che ogni resistenza sarebbe stata vana, inviarono al Barbarossa quattro ambasciatori per chiedere le condizioni di resa e supplicarlo di risparmiare la loro città da una sicura distruzione. Ingente fu la taglia richiesta dal Barbarossa, domandando egli ben centomila scudi per allontanarsi. Tornati gli ambasciatori entro le mura della loro città, e riferita ai concittadini la risposta data dal Barbarossa, furono ampiamente discusse le condizioni di resa; ma non essendo i Liparesi nella possibilità di far fronte ad un pagamento così ingente, fu sollecitato l’assalitore di volere ricevere piú mite somma.

La proposta esacerbò il re dei pirati che, senza indugio, diede ordine che fosse ripreso il bombardamento della città. Le macchine furono accostate alle mura del Castello e nessun mezzo fu tralasciato per arrecare fra i difensori danni e vittime, reputando Barbarossa cosa disonorevole partire senza avere espugnato la città di Lipari.

II 4 luglio, mentre a Lipari fortemente si combatteva, avvenne un’eclisse totale di luna, che diede luogo alle più strane fantasticherie. I Turchi intanto, resi ancor più feroci dall’eroica resistenza dei Liparesi, provvidero a raddoppiare gli sforzi e gli assalti; resistevano gli assediati, convinti che se i nemici fossero penetrati entro il Castello, tutti sarebbero stati massacrati senza differenza di persona, di età e di sesso. Percosso dai colpi nemici, cadde nel frattempo parte di un muro principale del Castello, ferendo nella sua rovina molti difensori.

Superbi nella difesa, sprezzanti della vita, per nulla scoraggiati, resistevano gli assediati, avendo cura di riparare alla meglio, con pietre, terra e legname, ogni falla prodotta dai proiettili nemici. Per più intimorire gli assediati, Barbarossa, sicuro di non potere ricevere alcuna molestia da parte dell’artiglieria liparese, fece allora avanzare le galee che erano rimaste al sicuro dietro la punta del Capistello, e fattele entrare nell’insenatura di Portinenti, fece sbarcare da esse altre truppe ed altri pezzi di artiglieria. I nuovi preparativi spinsero i Liparesi ad inviare l’8 luglio, nel campo di Barbarossa, una nuova ambasceria, composta di tre fra i più eminenti cittadini del luogo, onde scongiurare il nemico di sospendere l’assalto ed avanzare richieste adeguate alle condizioni economiche degli assediati. L’ambasceria ebbe esito negativo ed il bombardamento della città di Lipari continuò con più violenza e più accanimento, per cui il Comandante la fortezza di Lipari ed i giurati della stessa città pensarono di rivolgersi a certo lacopo Camagna, uomo stimato da tutti, di molta autorità e pratica negli affari, per chiedere il suo intervento presso Barbarossa.

Il Camagna, vedendo che la patria era ridotta a mal partito e che non vi era alcuna speranza di soccorso, circondata per come era dal nemico per terra e per mare, osservando che i suoi concittadini erano profondamente abbattuti d’animo, mentre i nemici erano diventati più arditi, pur trovandosi in precarie condizioni, data la gravezza degli anni e la sua malferma salute, accettò l’incarico di trattare con il nemico.

Giunto al cospetto di Barbarossa, il Camagna, con parola facile e piena di blandizie, si sforzò di ottenere clemenza per i suoi concittadini, dichiarando che essi erano pronti ad aprire le porte del loro Castello purché fosse assicurata l’immunità a quanti dentro vi si trovavano. La proposta non fu accettata dal nemico, il quale promise invece di lasciare libere da ogni tributo soltanto ventisei famiglie. Tale notizia fu dal Camagna recata ai suoi concittadini, i quali furono dallo stesso con una forte orazione esortati ad arrendersi.

Gli assediati decisero di inviare un nuovo ambasciatore da Barbarossa nella persona di Bartolo Comito, con l’incarico di offrire, come condizione di resa, che ogni uomo potesse essere libero mediante il pagamento di venti scudi. Sembra che la proposta sia stata accettata dal Barbarossa, per cui i Liparesi, convinti dalle promesse fatte al Camagna ed al Comito, stanchi del lungo assedio e

mancando loro le vettovaglie e le munizioni, decisero di arrendersi.
La mattina del venerdì 11 luglio, dopo ben dieci giorni di aspra lotta, tutto il popolo liparese, con in testa il Capitano d’armi ed i giurati della città, si recò al campo di Barbarossa per fare atto di omaggio e consegnare le chiavi della città. I re dei pirati, accettando la sottomissione, rimandò tutti entro il Castello, dando ordine ad uno dei suoi ufficiali di compilare l’elenco delle ventisei famiglie più cospicue che, giusto i patti, dovevano essere lasciate libere da qualunque molestia e dal pagamento di qualunque tributo.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Barbarossa, seguito dai suoi ufficiali e da un trionfante stuolo di giannizzeri, si recò dentro le mura della città di Lipari e diede ordine che fosse trasportata nella casa del Camagna tutta la mobilia delle ventisei famiglie libere, onde cosi preservarla dal saccheggio che i suoi soldati avrebbero compiuto nella città occupata. Provveduto a ciò, egli concesse ai Turchi il saccheggio della città.

Turbe feroci si precipitarono dovunque, commettendo ogni sorta di nefandezze, di ruberie e di atti inumani. Tutte le case furono spogliate, e molte di esse furono dalla ferocia dei devastatori ridotte a mucchi di pietre. Per accelerare l’opera vandalica di distruzione, fu in molte parti della città dato il fuoco. Nulla riuscì a frenare la furia devastatrice degli assalitori, non le chiese, non le immagini sacre, che furono calpestate, imbrattate di fango e trascinate per terra. La chiesa di S. Bartolomeo, vicino al porto, ed il nobile monastero dei religiosi di San Francesco dell’Osservanza ad essa attaccato, furono devastati e dati alle fiamme. Anche alla Cattedrale, eretta dalla munificenza del normanno conte Ruggiero, fu appiccato il fuoco, dopo di essere stata saccheggiata dagli infedeli.

Il grande soffitto e gli splendidi lavori in pittura ed in legname che rendevano quel tempio pregevole anche dal lato artistico, rimasero cosi inceneriti. Fu in quell’occasione distrutto pure l’Archivio Municipale in cui erano conservate tante pubbliche scritture sia della Chiesa che della città di Lipari.

Compiuta l’opera di devastazione della città, contrariamente ai patti stabiliti, la mattina del sabato 12 luglio, il Barbarossa fece trasportare sulle navi tutta quanta la mobilia che era stata raccolta nella casa del Camagna e di proprietà delle ventisei famiglie che dovevano essere lasciate libere, e quindi fece dare fuoco alla stessa casa del Camagna. Ma non solo per questo atto il Barbarossa si rese spergiuro; contrariamente alle condizioni di resa, dopo avere fatto caricare sulle navi il bottino, fece prendere e condurre sulle stesse galee gli abitanti di Lipari senza esentarne neppure uno dalla schiavitù.

Dopo avere cosi saccheggiata ed incendiata quasi tutta la città ed avere ridotto nella più squallida desolazione l’isola, il corsaro si parti da Lipari portando seco un ingente bottino, iniquo trofeo di guerra, e più di ottomila prigionieri di ogni sesso ed età, lasciando la città completamente spopolata. Il 14 luglio i corsari saccheggiarono Milazzo e si avvicinarono a Reggio, e precisamente a Catona, ove molti dei Cristiani che erano stati fatti prigionieri nelle varie incursioni di Barbarossa furono, specie ad opera dei Messinesi, riscattati, e fra questi molti Liparesi. Grave era la condizione dei prigionieri, i quali, non convenientemente nutriti, venivano lasciati morire di fame, di stenti e poscia gettati come inutile e funesto ingombro nel mare. Dopo essersi fermato alcuni giorni lungo la costa calabra, Barbarossa riprese il suo viaggio, portando in Oriente migliaia di schiavi cristiani ed un ricco bottino.

Tra coloro che furono riscattati fu anche il Camagna, contro il quale molte furono le voci che si levarono, accusandolo di essere stato traditore della patria, per cui, subito dopo liberato, venne dal Governatore di Messina trattenuto sotto si grave imputazione. Il Camagna riuscì però ben presto a giustificare la sua condotta e provare la sua innocenza per cui, dopo alcuni mesi, poté fare ritorno nella sua città di Lipari. I Liparesi che ottennero il riscatto, tornarono in patria e con quelli che si erano salvati con la fuga nelle vicine campagne, presero a ripopolare la città duramente provata.

Tratto dal sito del Comune di Lipari

Peppino Impastato – Trent’anni fa l’omicidio del giovane di Cinisi commissionato dal boss Badalamenti

testata.jpg

poesiedi.JPGPOESIE DI PEPPINO

Un mare di gente
a flutti disordinati
s’è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
E’ tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolo di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell’odore di calca
c’è aria di festa

http://www.peppinoimpastato.com/

Lipari, i nuovi “tesori archeologici” di piazza Mazzini

convegnoparco2.JPGdi Umberto Spigo e Maria Clara Martinelli*

I lavori di riqualificazione di Piazza Mazzini avviati nel mese di novembre 2011, sono stati preceduti dall’esecuzione di numerosi saggi in profondità nel sottosuolo per verificare la presenza di antiche strutture di interesse archeologico. Le indagini preliminari sono state disposte dalla Soprintendenza di Messina e condotte con la collaborazione del Parco Archeologico delle Isole Eolie, Milazzo, Patti. 

In uno di questi saggi, immediatamente al di sotto del piano pavimentale della piazza, sono state scoperte alcune strutture di età preistorica e di età ellenistica – romana.
La più antica, un recinto composto da grandi pietre che risale all’età del Bronzo Antico (cultura di Capo Graziano) documenta la presenza di un insediamento di capanne anche sul pendio che dalla Civita scende sulla attuale via Garibaldi.

A ridosso del recinto preistorico, è stato inoltre scoperto un pavimento in pessime condizioni di conservazione, attribuibile ad un edificio di età tardo romana.
La struttura maggiore, quella più evidente, è composta da due filari paralleli di grandi blocchi lapidei (latitandesite proveniente dal Monte Rosa). L’integrità di tale struttura è stata danneggiata dal posizionamento nel passato recente, di varie tubature e tombini. Non è stato ancora possibile datare questo ultimo ritrovamento ma è facile che possa far parte del nuovo impianto di strade organizzato nel corso del I-II sec. a.C. Infine, subito ad di sotto del massetto della strada attuale, è stata intercettata la fondazione di un piccolo ambiente intonacato, probabilmente risalente al XVIII sec.

Volendo sintetizzare una piccola parte della storia eoliana per capire queste nuove scoperte  bisogna partire dalla cultura di Capo Graziano che si diffonde nell’età del Bronzo Antico (dal 2100 a.C. al 1600 a.C.)  e che prende il nome dalla Montagnola di Filicudi, dove si sviluppano due importanti villaggi. Il più antico si estendeva sulla piana di Filo Braccio, ma poi in seguito si spostò sulla soprastante Montagnola di Capo Graziano per l’insorgere di minacce di incursioni nemiche provenienti dal mare. Anche nell’isola di Lipari assistiamo ad un primo insediamento nella piana di Contrada Diana e successivamente al suo spostamento sulla difesa e arroccata acropoli. Il nuovo ritrovamento conferma che un gruppo di capanne doveva essere anche sul pendio naturale dell’acropoli che scivolava verso la pianura.

I saggi archeologici eseguiti nel 1966 attestarono che durante l’età greca e poi ellenistica romana, la Civita (oggi piazza Mazzini) doveva essere parte importante della topografia di Lipari. La piazza fu risistemata nel corso del II sec. a.C. quando fu stabilito un nuovo impianto urbanistico con strade rettilinee e assi minori perpendicolari, come testimoniano i ritrovamenti sull’acropoli. In età romana imperiale si datano imponenti interventi di ristrutturazione che comportarono il livellamento della piazza e la costruzione di un edificio monumentale di cui rimangono alcune parti, ancora conservate nel sottosuolo. Le principali testimonianze interessano la zona antistante il municipio mentre il resto della piazza era occupato dalla roccia che degradava verso il mare. La sistemazione attuale è quindi frutto di interventi di livellamento probabilmente già iniziati durante l’età romana. 

I saggi eseguiti oggi risultano di notevole interesse perché danno ulteriori informazioni sulla topografia della città in epoca ellenistica e romana, ai tempi cioè del nuovo impianto urbanistico della città. La scoperta del recinto in pietra di età preistorica permetterà con il proseguimento delle indagini archeologiche di conoscere ancora meglio l’avvicendarsi dei grandi villaggi dell’età del Bronzo di Lipari, Filicudi, Salina, Stromboli e Panarea, abitati da popolazioni che hanno lasciato il segno nella storia più antica del mediterraneo.

*Direttore e funzionario archeologo del Parco Archeologico delle Isole Eolie, Milazzo, Patti e comuni limitrofi

Lipari, a piazza Mazzini rinvenuta capanna del XV secolo

Lipari – Proseguono i lavori nella piazza Mazzini ad opera della ditta di Bella di Catania sotto la stretta sorveglianza del tecnico Bartolo Bonino e come era prevedibile sono anche “spuntati” dei reperti archeologici. In prossimità della salita che conduce al castello è stata rinvenuta una capanna che dovrebbe risalire alla fine del XV, e degli inizi del XIV sec. a.c. La capanna – per quel è trapelato dovrebbe avere le stesse origini dei reperti di Capo Graziano a Filicudi. 1607617084.JPG

Capo Graziano a Filicudi Come le altre isole vicine, Filicudi deve avere ricevuto nuclei di popolazioni stabili fin dal neolitico superiore, intorno a 3.000 a.C. Lo dimostrano frammenti ceramici dello stile di Diana trovati nella Montagnola del Capo Graziano e Lungo la sponda meridionale della baia del Porto. All’inizio dell’età del Bronzo, forse ancora prima della fine del III millennio, sorse nell’isola un grande insediamento, senza dubbio di genti nuove, venute da lontano, che vi si stabilirono e nelle quali abbiamo creduto di poter riconoscere gli Eoli delle leggende, dei quali le isole portano ancora il nome. E’ questo uno dei più vasti insediamenti preistorici delle isole Eolie (Piana del Porto – casa Lopes). Dopo alcuni secoli, agli inizi cioè del II millennio a.C., l’abitato si trasferì dalla riva del mare, indifendibile, alla sommità della sovrastante Montagnola del Capo Graziano. Una cupola rocciosa a pareti scoscese quasi ovunque inaccessibili, che costituiva una vera fortezza naturale, in una posizione cioè molto più disagevole, ma molto più adatta alla difesa.

E’ evidente che lo spostamento fu imposto dal cambiamento della situazione politica nel basso Tirreno e dall’insorgere di gravi preoccupazioni di difesa per le popolazioni costiere. Gli scavi svoltisi fra il 1956 e il 1969 si sono peraltro concentrati su un’ampia terrazza del fianco Ovest della montagnola, intorno alla quota 100. E’ stata messa in luce qui poco meno di una trentina di capanne, molto serrate fra loro, in rapporto ad una popolazione numerosa e alla ristrettezza dello spazio disponibile sono capanne ovali, alcune delle quali con struttura “a spina di pesce” secondo una tradizione elladica che sembra risalire anch’essa, come il tipo stesso della capanne e come le forme delle ceramiche, al Protoelladico III della Grecia.

Altri frammenti di ceramiche dipinte protomicenee di stile I e II ci offrono un elemento di datazione molto preciso e ci permettono di riconoscere che la facies culturale di Capo Graziano ha continuato ad evolvere fino al passaggio dallo stile miceneo II al III e ciò fino all’incirca al 1430 a.C. Ai livelli della cultura di Capo Graziano si sovrappongono, coma ovunque nelle isole Eolie, quelli della cultura del Milazzese, caratterizzati da un complesso ceramico del tutto diverso, di origine di attinenza siciliana.La collina di Filicudi Nelle capanne di questa nuova fase si trovano ancora numerosi frammenti di ceramiche Egee importate, ora di stile Miceneo III A1 e cioè della fine del XV, e degli inizi del XIV sec. a.C. Dopo la distruzione di quest’ultimo villaggio da porre in rapporto con la conquista ausonia delle isole, l’intera isola di Filicudi sembra rimanere deserta per molti secoli. Filicudi è stata di nuovo abitata in età greca (pochi frammenti ceramici del VI – V sec. a.C. del Capo Graziano; vasetti di corredi tombali del IV nel Piano dal Porto, cippo funerario iscritto in pietra liparese da Zucco grande). Di età romana sono i resti di abitazioni ancora riconoscibili nelle piane al di sopra della spiaggia sul lato settentrionale del Piano del Porto. Di età cristiano-bizantino è un gruppo di tombe intagliate nella roccia, prive di corredo, venute in luce sulla dorsale del Piano del Porto nei saggi esplorativi dal 1952

Judo, per la neve rinviato il campionato italiano

di Domenico Falcone

frussopiccola.jpgConsiderato il perdurare delle avverse condizioni meteo, la Federazione ritiene opportuno posticipare la data di svolgimento del Campionato Italiano Cadetti di Judo, previsto l’11 e 12 febbraio, al 2 e 3 giugno 2012. La sede di svolgimento rimane fissata al PalaFIJLKAM di Ostia.
Per venire incontro alle esigenze degli atleti connesse alla categoria di peso, sarà resa possibile la partecipazione alla categoria superiore rispetto a quella nella quale è stata svolta la qualificazione regionale.

*Segretario Generale

Nb al campionato nazionale parteciperà l’eoliana Francesca Russo, dello Sporting club di Lipari.

Amarcord. Filicudi, 26 maggio 1971, ore 11: i presunti mafiosi sbarcarono nell’isola delle Eolie

filicudimafiosi.jpgFilicudi – 26 maggio 1971, ore 11: i presunti mafiosi sbarcarono nell’isola delle Eolie. Con alcuni provvedimenti dell’autorità giudiziaria di Trapani e di Agrigento (sezione prevenzione) si decise di inviare, a soggiorno obbligato, quindici boss della mafia siciliana nell’isola di Filicudi . Fra questi vi era, anche Gaetano Badalamenti di Carini(Palermo)che, all’epoca aveva 47 anni. Inteso con il nomignolo “Battaglia”(dal cognome di sua madre) era considerato un mafioso appartenente alla cosca dei fratelli Greco di Ciaculli, avversari di Angelo La Barbera.Incluso nel rapporto dei “54”, venne assolto per insufficienza di prove dall’accusa di associazione a delinquere dalla Corte D’Assise di Catanzaro.Secondo i rapporti della polizia e della magistratura la sua principale attività era il traffico di stupefacenti.

Gli abitanti di tutte le sette isole Eolie rimasero sorpresi e perplessi per l’incredibile ed inverosimile decisione di portare i mafiosi a Filicudi e manifestarono il loro dissenso e disappunto in modo deciso e determinato. I “sorvegliati speciali” giunsero da Messina a bordo di un aliscafo della Società S.A.S. e sbarcarono sull’isola (a Filicudi Porto) alle ore 11 del 26 maggio 1971, accompagnati da una cinquantina di agenti di Pubblica Sicurezza.Dopo due giorni giunse una nave con a bordo i carabinieri ed una traghetto con altri militari (circa 500) e mezzi da sbarco (camion ed idranti) che non serviranno a niente anche perché sull’isola vi erano soltanto dei sentieri.Fra l’altro ogni azione di protesta e di sciopero generale non sortì l’effetto sperato, cioè quello di trasferire altrove il gruppo dei mafiosi, i quali , a loro volta,si lamentavano per la vita dura che trascorrevano sull’isola.

Lo stesso Badalamenti, intervistato da un giornalista, con un tono di voce ed espressioni articolate e sicure che lo contraddistinguevano, sosteneva che a torto veniva ritenuto un mafioso.
Intanto gli abitanti di Filicudi decisero, con strazio e dolore, di partire dall’isola, portando con loro anche gli ammalati ed alcuni animali domestici.Un vero e proprio esodo di massa che, però, fu determinante per convincere la Corte D’appello a trasferire i mafiosi (che si trovavano da un mese a Filicudi) nell’isola dell’Asinara, in Sardegna a bordo della nave militare “Aldebaran”.
Diversi anni fa, Gaetano Badalamenti (detenuto nel carcere di Fairton -Stati Uniti dove è deceduto) era stato condannato all’ergastolo dalla Seconda Corte D’Assise di Palermo per essere stato il mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato, il giovane militante di Democrazia Proletaria ucciso , a Cinisi, l’8 maggio del 1978 che, con la sua radio libera aveva denunciato le collusioni tra mafia e potere politico siciliano.

La storia di Giuseppe Impastato è stata raccontata nel film “I cento passi”:
Badalamenti era diventato il bersaglio della coraggiosa ironia del giovane che ,tramite il microfono della radio lo definiva “Tano Seduto” e lo accusava di essere il capomafia del paese, un trafficante di droga e di altri traffici illeciti.
All’epoca i killer della mafia cercarono (e ci riuscirono) di depistare le indagini e prepararono una messinscena nella quale doveva apparire che Giuseppe Impastato era saltato in aria mentre cercava di compiere un’azione terroristica, collocando una bomba ai piedi di un traliccio lungo la linea ferrata nei pressi del suo paese.
Soltanto molti anni dopo gli investigatori, con l’aiuto dei collaboratori di giustizia, sono riusciti a scoprire che l’ordine di assassinare in modo così brutale il giovane era partito da Cosa Nostra.
E poi è arrivata la sentenza (accolta con commozione dalla madre Felicia) che ha posto fine alla lunga impunità di Tano Badalamenti perché “giustizia è stata fatta”.

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Ecco una serie di foto rinvenute nell’archivio del quotidiano l’Unità. 

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I passeggeri del piroscafo “Santamarina” e i 61 deceduti

BFERLAZZO.JPGdi Bartolino Ferlazzo

Molti lettori ci hanno richiesto l’elenco dei passeggeri civili e militari che si trovavano a bordo del Santamarina distinguendoli per equipaggio, militari e civili:
Membri equipaggio dispersi: Basile Onofrio, Di Meglio Gaetano, Milani Vincenzo, Ortesi Piero, Porretto Giuseppe (PA), Gallazzi Arnaldo (MI), Fiorentino Natale (Giovinazzo-Bari)
Membri epuipaggio salvati; Miranda Salvatore (PA), Vento Salvatore (Milazzo-ME), Atzori Italo (CA), Gullo Vincenzo (Linguaglossa-CT), Miceli Concetto (Nizza di Sicilia-ME), Gabbianelli Orlando (Sinigaglia-AN), Macrì Giuseppe (Cefalù-PA), Federico Giuseppe (PA), Bacchi Antonino (PA), Natoli Antonino (Canneto di Lipari), Barbagallo Camillo (Acitrezza-CT), Maisano Antonino (Milazzo-ME), Lo Surdo Angelo (Lingua di Salina), Gambino Giuseppe (PA), Re Giovanni (S.Marina Salina-ME), Sava Francesco, Acunto Luigi, Cuzzocrea Paolo, sacchettino Giuseppe, Alfonsetti Michelangelo, Andaloro Giuseppe,Bitto Vincenzo, Foti Vincenzo, Florio Pasquale, Calvo Domenico
Membri militari salvati: Ziino Francesco (Vulcano di Lipari), Lacoteta Santo (Canneto di Lipari), Lo Schiavo Giuseppe (Canneto di Lipari), Bongiorno Giuseppe (Pollara di Malfa), Natoli Bartolomeo (Canneto di Lipari), Scarcella Fernando (Castroreale-ME), Schepis Nicolò (Gualtieri Sicaminò-ME), Mazza Angelo (Canneto di Lipari), De Santis Nicola (Bitonto-BA), Presti Santo (Castroreale-ME), Scuderi Paolo (Fiumefreddo-CT), Sangiorgio Pietro (Castellammare del Golfo), Via Giuseppe (TP)
Membri militari dispersi: D’ Alessandro Alfonso (NA), Stramandino Antonino (S.Filippo del Mela-ME), Benenati Giovanni (Quattropani di Lipari), amostra11.JPGBarca Domenico (Pianoconte di Lipari), Currò Antonino (Acquacalda di Lipari), Scuderi Antonino (Acicastello-CT), Mondello Francesco (Grammichele-CT), Casella Salvatore (S. Angelo di Brolo), Pavone Sebastiano (Acireale-CT), Portelli Giuseppe (Canneto di Lipari), Lenaza Edoardo (Cesarò-ME), Costa Giuseppe (Lipari-ME), D’Anieri Antonino (Lipari-ME), Martinis Antonino (Crotone), Natoli Felice (S.Marina Salina-ME), Miano Nicola (Castroreale-ME)
Passeggeri dispersi: Picone Antonino (Vulcano di Lipari),  Acunto Stefano (Lipari-ME), Marturana Giuseppe (Lipari-ME), Russo Grazia (Lipari-ME), Bonino Bartolomeo (Lipari-ME), Basile Giovanni (Lipari-ME), Mollica Rosario (Canneto di Lipari), Biviano Rosina (USA), Russo Francesco (Carini-PA), Tauro Giuseppe (Lipari-ME), Currò Iolanda (Acquacalda di Lipari), Maggiore Giacomo (Lipari-ME), Mannello Tommaso (Lipari-ME), Spanò Antonino (Canneto di Lipari), Buongiorno Mariano (S.Marina Salina.ME), Sgrò Salvatore (S. Lucia del Mela-ME), Germanò Edera (RM), Germanò Clara (PA), Pistoresi Giulia (Lipari-ME), Di Mento Giuseppe (Spadafora-ME), Greco Giuseppe (Milazzo-ME), Casella Michele (S.Angelo di Brolo-ME), Romagnolo Rosario (Milazzo-ME), Gitto Lorenzo (Milazzo-ME), Pentola Antonino (S.Agata di Militello-ME), Vincenti Luigi (ME), Cassata Luigi (Montalbano Elicona-ME), Imbese Francesco (S.Lucia del Mela-ME), Maiurana Giuseppe (Lipari-ME), D’ Alessandro Alfonso (NA), Stramandino Antonino (S. Filippo del Mela-ME), Beninati Giovanni (Lipari-ME)
Passeggeri salvati: Alacqua carmelo (Milazzo-ME), Pataneè Giuseppe (CT), Poma Assunta (Panarea di Lipari), Tauro Antonino (canneto di Lipari), Arcoraci Luigi (Barcellona-ME), martino Domenico (Patti-ME), Biviano Antonino (Lipari-ME) Carini Matteo (RC), Merrina Gaetano (Milazzo-ME), Andolina Salvatore (Milazzo-ME), Biviano Giuseppe (Acquacalda di Lipari), Greco Tommaso (Milazzo-ME), Natoli Bartolomeo (Canneto di Lipari), Greco Orazio (Acireale-CT)
Passeggeri deceduti: Liberatore Angela (Canneto di Lipari)
L’ equipaggio al completo del Santamarina era così composto:
Basile Onofrio Comandante, Di Meglio Gennaro 1° Ufficiale, Ortese Emilio Direttore di Macchina, Cuzzocrea Paolo R.T., Sacchettino Giuseppe Cuoco, Alfonsetti Michelangelo e Florio Pasquale Marò, Calvo Domenico  e Re Giovanni Carpentiere, Foti Vincenzo e Sava Francesco Fuochista, Andaloro Giuseppe Carbonaio, Natoli Angelo Macchinista, Bitto Vincenzo e Milani Vincenzo Cameriere
Equipaggio militare imbarcato sul santamarina era così composto:
Porretto Giuseppe Capo Cannoniere 2^, Gallazzi Arnaldo 2° Capo Cannoniere P.S., Fiorentino Natale Cannoniere O., Miranda Salvatore S.C. Cannoniere O., Vento Salvatore Cannoniere P.S., Atzori Italo Cannoniere O., Gullo Vincenzo Cannoniere O., Miceli Concetto Cannoniere O., amostra10.JPGGabbianelli Orlando Cannoniere A., Macrì Giuseppe,Bacchi Antonino, Natoli Antonino, Barbagallo camillo, Maisano Antonino, Lo Surdo Angelo e Gambino Giuseppe Marò Federico Giuseppe S. Nocchiere.-
La Motonave Santamarina fu varata nei Cantieri Navali Riuniti di Palermo il 19 novembre 1928 era iscritto al Compartimento marittimo di Messina al n. 22 aveva una lunghezza fra le perpendicolari di m. 36,10, una larghezza massima fuori ossatura di 9,10 metri, l’ altezza di costruzione era di metri 5,15, aveva un’ immersione a pieno carico di 3,90 metri, disponeva di una stazza lorda di 762 tonnellate, la portata in carico in due stive era di 150 tonnellate, aveva una portata di acqua potabile pari a 15 tonnellate, aveva invece una portata di acqua comune di 55 tonnellate, aveva una potenza di 1080 cavalli ed una velocità di 11 miglia circa, le cabine di prima classe ed il relativo salone erano situate al centro del piroscafo, le due cabine di lusso con annesso salotto erano ubicate sul ponte passeggiata, i posti di prima classe con letti erano circa cinquanta, le cabine di terza classe erano situate a poppa, composte da quattro o sei posti per un totale di trentasei letti, con reparto separato per le donne; una biblioteca composta da circa ottanta volumi, gli ufficiali disponevano di comode ed eleganti cabine e di una propria sala da pranzo, così come i sottufficiali, i marinai ed i fuochisti avevano alloggi separati e comodi.

La sezione del Regio Tribunale di Messina che dichiarò lo stato di morte presunta era così composto:
Presidente Blandaleone Stefano, Giudici Ciminato Vincenzo e Nicotra Giovambattista.-

9 maggio 1943, l’affondamento del piroscafo “Santa Marina con 61 morti. Una tragedia da non dimenticare…

BFERLAZZO.JPGdi Bartolino Ferlazzo

Sono passati ben 68 anni da quel tragico 9 maggio 1943, una data, purtroppo, destinata a rimanere impressa, in amostra11.JPGmodo indelebile nella storia delle Isole Eolie, impressa come una macchia che mai il tempo potrà cancellare.
Il tempo, non solo non riesce a far dimenticare, ma ogni anno, questa data, fa rivivere in tutta la sua ampiezza catastrofica il crudele affondamento del prioscafo di linea il Santamarina.

In quell’ assurdo ed incredibile pomeriggio, Lipari e le sue sorelle, toccarono con mano, quelli che furono gli orrori della guerra stessa, oltre a subire la crudeltà di un conflitto, certamente non voluto dalle popolazioni, ma loro malgrado costrette a subirne l’ offesa, la disperazione, i lutti, le privazioni, la ripugnanza  e l’ inutilità .
Tante vittime innocenti perirono, ben 61su 97 persone che erano a bordo, per colpe che certamente non avevano, ma immolate solamente sull’ altare della Patria, una Patria che probabilmente ancora oggi non si ricorda più di loro.
Quel giorno, domenica, a Lipari si era svolta nella mattinata la festa dell ‘ impero, con grande partecipazione di folla, come succedeva spesso equipaggiosantamarina.jpgin quegli anni, nel pomeriggio intorno alle ore 15,10 il piroscafo di linea Santamarina, salpava gli ormeggi da Marina Corta per far rotta su amostra10.JPGVulcano-Milazzo, seguendo la rotta 102/C; il mare era particolarmente mosso, ma certamente non metteva in crisi un’ imbarcazione che, per quei tempi era considerata d’ avanguardia; così, lasciato lo scalo di Vulcano, il Santamarina proseguiva felicemente la sua rotta, quando a nove miglia da Lipari ed a non più di tre- quattrocento metri da Punta Bandiera  nella frazione di Gelso, un siluro lanciato intorno alle ore 15,48, dal sommergibile inglese Unrivalled, comandato dal tenente H. B. Turner, partito il primo maggio dalla base navale di Malta, per un’ operazione di pattugliamento delle coste nord/orientali della Sicilia, lo colpiva al centro ed esattamente all’ altezza della sala macchine, spaccandolo in due tronconi e facendolo colare a picco in pochissimi minuti, portandosi dietro il suo immane carico di morte e di disperazione.

Rimbombano ancora oggi, per chi allora era presente, nelle orecchie, fanno triste eco al cuore, le grida strazianti, le implorazioni disperate di aiuto da parte della marea di gente che immediatamente affollò Marina Corta; erano lagrime di madri, di spose, di figli, di amici, di parenti e conoscenti dell’ equipaggio e dei passeggeri che ignari e innocenti, in quel giorno primaverile, incontrarono la morte tra i flutti di questo nostro mare. Ma non fu un solo siluro ad essere lanciato dallo scafo inglese, perchè all’ accorrere di una motovedetta tedesca, ne veniva lanciato un amostra9.JPGsecondo che non centrava lo scafo, solo perchè non veniva considerata la poca chiglia di cui era dotata l’ imbracazione.
Che tragedia più immane sarebbe stata, ci chiediamo ancora oggi, se quell’ attacco fosse stato portato nella mattina di quella terribile domenica, quando a bordo del Santamarina, si trovavano circa duecento giovani in partenza per la visita di leva del giorno successivo.-
A Marina Corta era invasa da una folla enorme, atterrita, convulsa che correva che cercava di aiutare i volenterosi a varare le barche, a preparare coperte, medicinali, perchè il tempo era poco e bisognava far presto.
Solo qualche barca a motore poi tutti a remi per coprire una distanza, dal luogo dell’ affondamento, che sembra interminabile, ma bisognava agire di fretta potevano esserci dei naufraghi dei superstiti, correva notizia del siluramento di un’ imbarcazione che si era recata per prestare soccorso, in pochi si salvarono, e cominciarono a serpeggiare i primi nomi di coloro che si erano visti partire, di coloro che fino all’ ultimo momento si sperava di poter salvare, di coloro che si sono visti trascinare giù nei gorghi di una mare amico ma in quel momento terribilmente crudo e famelico,  ” allora Lipari capì davvero tutta l’ atrocità della guerra, fu un trauma, una presa di coscienza sulla tremeda realtà “.

A bordo di quell’ ultimo viaggio avevano preso posto un centinaio di passeggeri, dei quali quarantotto si salvarono gli altri non avrebbero più amostra8.JPGvisto la loro terra, le loro isole, i loro cari.
Ma quali furono, le probabili cause che portarono all’affondamento del Santamarina; la prima sarebbe quella che l’ alto comando alleato in vista dello sbarco in Sicilia denominato ” Husky ” aveva previsto come primo obiettivo di neutralizzare e distruggere tutti i mezzi e le basi navali ed aeree del nemico in Sicilia;  la seconda, sarebbe quella dovuta al fatto che qualche giorno prima un idrovolante tedesco attaccato da aerei alleati, di ritorno dall’ Africa, fu costretto ad ammarare nel laghetto di Lingua nell’ isola di Salina e siccome a bordo, circolò notizia, ci fossero alti ufficiali tedeschi che avrebbero dovuto raggiungere Milazzo con la nave di linea, il comando alleato, ne venne a conoscenza ed invio sul posto il sommergibile Unrivalled con l’ intento di affondare la nave, ma questo fatto su scoperto dal comando tedesco, che prelevò con un aereo gli ufficiali a Salina, lascianndo così al suo destino il Santamarina, carico d’ inermi passeggeri.
Con il Santamarina, è affondata, pure, una parte di queste isole, una parte della nostra coscienza, certamente mortificata ed umiliata da una guerra assurda, dichiarata solo per una sventata mania di grandezza e cagionata dalla mania omicida che aveva pervaso irrimediabilmente, in quegli anni l’ Italia, una mania che distrusse il paese, che annientò una buona fetta di italiani, una mania che mise in ginocchio un’ intera nazione.

Commemorare questi nostri fratelli non deve essere una ricorrenza ma un dovere verso chi ignaro, andò incontro alla morte non conoscendone la ragione, è un dovere morale e civico dare risalto a questi fratelli, è un dovere morale e civico posizionare un monumento che amostra7.JPGpossa ricordare a tutti il terrore della guerra ed il sacrificio di nostri parenti, amici, conoscenti, è un dovere morale e civico ricordare coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà, non farlo sarebbe aver dimenticato, non farlo significa non avere ricordi, non farlo significa non avere rispetto per i nostri morti e chi non ha rispetto per i morti amostra6.JPGnon può avere rispetto e coscienza per i vivi;  e vorremmo concludere riportando le parole di Charles Peguy  ” … dopo tanta lotta, una pace eterna; dopo tanta guerra , una vittoria eterna; dopo tanta miseria una gloria eterna; dopo tanta bassezza un’ elevazione eterna; dopo tanta contestazione un regno incontestato …”
Proponiamo da questo giornale che il 9 maggio sia per le popolazioni eoliane il giorno del ” ricordo ” per non dimenticare i nostri morti e gli orrori della guerra.
Lipari, reagisci anche a queste tristi memorie, ricordando quanti non ci sono più e, se questo non avverrà, Voi da lassù abbiate solo pietà di chi per futili motivi e per interessi privi di ogni significato si è dimenticato del vostro sacrificio e del vostro martirio.
Lipari Auguri.